Nowa Huta: chi ha paura di una guerra atomica?

Mentre il mondo è tornato a parlare di armi atomiche dopo vent’anni di tabù, sembra che si stia realizzando il presagio dei “communist tour” che da anni si svolgono a Cracovia. Si tratta di visite organizzate nate a Nowa Huta, la “città ideale” secondo la propaganda comunista.
In realtà, è un insediamento nato come esperimento sovietico in vista di un possibile conflitto nucleare con l’Occidente.

Accompagnando gli stranieri su vecchie Fiat 126 ed altre automobili polacche, le guide raccontano agli stranieri la vita durante il regime sovietico cominciando con un ammonimento: “vi portiamo nel passato affinché non si possa più ripetere”.

Nowa Huta, “Nuova Acciaieria” in polacco, nacque come dono di Stalin alla Polonia e, nei progetti sovietici, doveva eliminare l’influenza politica della vicina ed anticomunista Cracovia. Con la sua fabbrica, alimentata da ben 50.000 lavoratori, doveva fornire acciaio a tutti i paesi del Patto di Varsavia.

Piazza Ronald Reagan di Nowa Huta
Piazza Ronald Reagan, l’ingresso a Nowa Huta

La storia invece ha voluto, con un paradosso, che proprio Nowa Huta si trasformasse nella roccaforte di Solidarnosc, il movimento di lavoratori che portò al crollo del regime comunista in Polonia nel 1989.

L’ingresso nel quartiere è un attentato alla vita di un agorafobico: partendo da Cracovia, l’unico tram che conduce a Nowa Huta staziona a Piazza Ronald Reagan, uno spazio aperto che sembra non finire mai.  

Nonostante la presentazione grandiosa e futuristica, si ha la sensazione di entrare in un campo di concentramento travestito da città. Strade e palazzi sono identificati con lettere, come in una battaglia navale; l’unico colore che trionfa è il grigio che uniforma palazzi e cielo.

Desolazione a Nowa Huta, Cracovia

Una passeggiata fra i complessi residenziali trasporta direttamente negli anni ’50: gli anni in cui in Italia nascevano i villaggi vacanzieri della dolce vita ed in Polonia si costruivano i quartieri industriali sul modello socialista.
Mentre Coppola Pinetamare presentava la sua pubblicità “Abitare per vivere” e invitava gli italiani a trasferirsi nel lussuoso villaggio del Litorale Domizio, a Cracovia si proiettava “Destinazione Nowa Huta”, lo spot che raccontava la gioia dei nuovi abitanti nel vedere per la prima volta l’illuminazione elettrica nei monolocali in cui sarebbero stati stipati ben 200.000 lavoratori in divisa blu.

L’unica novità davvero rilevante rispetto a sessant’anni fa è che l’acciaieria ha cambiato nome (prima era dedicata a Lenin) e gli abitanti del quartiere non vivono più con una sola divisa da lavoro fornita dallo Stato, anzi, ora sono ben felici di sfoggiare abiti colorati, in contrasto con i colori degli edifici. C’è poi ancora un carrarmato parcheggiato al di fuori di una scuola, che oggi è diventato parte del “museo della guerra”.

Ogni dettaglio di Nowa Huta è una fotografia della Guerra Fredda. D’altronde l’architettura secondo i sovietici era “la geometria del potere”: doveva trasmettere sensazioni di timore e riverenza.

Le memorie della Polonia comunista sono impacchettate in un museo dal nome che sembra un codice fiscale: “PRL-U”. Il visitatore è accolto da un cartello con un terribile ammonimento: “la recente invasione russa dell’Ucraina e l’inattività della comunità internazionale è il segnale che stiamo per finire in una nuova Guerra Fredda. Speriamo che il racconto della nostra storia sia d’insegnamento per non replicare gli stessi errori”.

Carro Armato parcheggiato a Nowa Huta
Il carro armato ancora presente vicino al museo della guerra

Nowa Huta nacque infatti anche come un esperimento sociale da svolgere per studiare (e sfruttare) le reazioni della popolazione in vista di una terza guerra mondiale, utilizzando la paura come strumento di controllo: ogni palazzo ospitava un bunker antiatomico che serviva ad accogliere un numero predeterminato di famiglie e tutti vivevano nell’attesa di un allarme per scappare sotto terra.

Gli studiosi stimarono in 50.000 unità il numero di individui sufficienti a garantire la sopravvivenza del genere umano nella regione di Cracovia in caso di un attacco atomico. Il resto dei cittadini senza bunker viveva ogni giorno con la consapevolezza di una morte certa in caso di un bombardamento “imminente”, come sottolineavano i videogiornali di propaganda.

Ancora oggi alcuni palazzi hanno al loro interno cartelli che recano le istruzioni per affrontare il fallout nucleare, mentre i bunker sono diventati utili cantine che hanno anche rivelato numerose stanze segrete in cui si posizionavano agenti del KGB.

Nowa Huta tuta antiradiazione bunker antiatomico
Una delle tute antiradiazioni utilizzate nei bunker

Gli abitanti della cittadina industriale subirono una oppressione militare e psicologica che annientò le coscienze individuali: riuscì a resistere solo una fortissima fede cattolica che fu fomentata dalla presenza del carismatico arcivescovo Karol Woytyla, il futuro Papa Giovanni Paolo II, al quale è intitolata la strada principale di Nowa Huta.
Il sentimento religioso dei polacchi fu poi la spinta decisiva che aiutò il movimento Solidarnosc nella lotta degli operai dell’acciaieria del quartiere. Il casus belli che portò ad una serie di lotte e proteste in tutta la Polonia, infatti, fu il divieto del governo alla costruzione di una chiesa a Nowa Huta. Da lì seguirono tutte le proteste che, nel 1989, portarono alla fine del comunismo in Polonia.

Indicazione delle conseguenze di una esplosione atomica, bunker a Nowa Huta
Un cartello appeso in una casa di Nowa Huta

Oggi rimane un’ultima testimonianza vivente della storia “rossa” di Nowa Huta. C’è il ristorante “Stilowy” che sembra essere rimasto fermo al 1980. Più che trovata da turisti, è un modo per trasportare i commensali nell’atmosfera vissuta dai pochi polacchi che potevano permettersi una serata al ristorante, con una ricostruzione scenica degna del film “Good Bye Lenin!”.

Nel locale c’è anche una riproduzione della statua di Lenin che, in bella mostra vicino alla cassa, è continuamente oggetto di selfie con i turisti, come se fosse la popstar di turno.

La statua originale del rivoluzionario russo era invece posizionata al centro della piazza che nel 2004 fu ironicamente dedicata al presidente americano protagonista nel crollo dell’URSS.

Nel 2015 un artista ha riposizionato la statua nel posto originale. Stavolta, però, è diventata di colore giallo evidenziatore, con una fontana posizionata esattamente fra le gambe. È il modo più beffardo per esorcizzare quei tempi del terrore ancora vivi nei ricordi dei polacchi e che, si spera, un giorno non si trasformeranno in un ricordo terribile per tutti noi europei.

Altre mie fotografie nella galleria:

(Questo articolo è stato pubblicato sul terzo numero del giornale “Inchiostro” della Scuola di Giornalismo del Suor Orsola Benincasa: https://www.unisob.na.it/inchiostro/inchpdfview.htm?nr=162)